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-1- IL “TERRORISMO ISLAMICO”: mistificazione senza realta? (1)

giovedì, 2 luglio 2009

di Carlo Corbucci

Prima parte

Almeno l’80% dei processi di presunto “terrorismo islamico” in Italia sono stati trattati, in un grado di giudizio o nell’altro, dall’avv. Carlo Corbucci in collegi difensivi costituiti, secondo i casi, da altri avvocati specialisti del campo, come l’avv. Giovanni Destito, Giuseppina Regina, Sandro Clementi, Luca Bauccio, Antonio Nebuloni, Carmelo Scambia, Vainer Burani, Simonetta Crisci, Gianfranco Pace, Antonino Filastò, Paolo Mele, Gianluca Alifuoco, ai quali si è aggiunta ultimamente l’avv. Carolina Scarano ed altri, sconcertati da certi fenomeni giudiziari che l’avv. Corbucci ha avuto modo di analizzare nel suo libro, Il terrorismo islamico in Italia: realtà e finzione (Roma, Gruppo Editoriale Agorà, 2003).

I casi italiani sono circa una sessantina che, sommati a quelli europei, raggiungono forse i trecento casi.

Tutti caratterizzati da inquinamenti; incastri; frodi; gonfiature ed esagerazioni; assenza completa di riscontri quali il rinvenimento di esplosivi, armi, mappe ed obiettivi da colpire e progetti in atto; utilizzo di “equazioni dialettiche” adottate per sopperire alla totale assenza di prove; attribuzione arbitraria di un’intenzionalità e di una finalità terroristica a soggetti, effettivamente o altre volte soltanto presuntivamente, responsabili di reati di criminalità comune come la falsificazione di documenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la vendita di C.D. contraffatti, lo spaccio di droga e di denaro falso, furti, rapine e risse.

Qui trattiamo un caso specifico ed esemplare: quello dei cinque presunti kamikaze di Napoli (secondo l’Accusa e la relativa sentenza di condanna, …aspiranti affondatori del Titanic [sic] tramite alcune tonnellate di “…tnt-tritolo con le quali riempire una nave grande come il Titanic”; nonché aspiranti fabbricatori di armi chimiche di distruzione di massa tramite una “…bottiglina di presunto profumo mai rinvenuta…” ed infine quali componenti di una cellula italiana del GIA algerino).

Il processo ha avuto un epilogo paradossale: per due dei cinque imputati che hanno scelto il “rito abbreviato” davanti al Gup (cioè il giudizio allo stato degli atti e basato sulle Relazioni dei ”servizi” e sulle traduzioni fatte nei brogliacci dalla Digos), il processo si è già concluso con la conferma della sentenza di condanna in Cassazione, mentre il giudizio relativo agli altri tre che hanno scelto il “rito ordinario” davanti alla Corte d’Assise è ancora in Appello davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli.

(continua)