-2- I PADRONI DEI RUBINETTI

Sicuramente una delle più grandi frodi è il sistema economico attuale intorno al quale è stato ricamato tutto un linguaggio tecnico incomprensibile ai più di fronte al quale nessuno osa chiamare le cose che accadono per quello che sono: inganni, effetti della più grande frode che è il “sistema” stesso.

Proprio in questi mesi di inizio anno 2009 assistiamo ad una crisi economica mondiale che è stata definita la più grande dell’era moderna, persino maggiore di quella del 1929 che colpì l’America. Si parla di fallimenti di colossi mondiali come la Parmalat, la Compagnia aerea Alitalia, del fallimento di Banche americane e del possibile fallimento di gruppi finanziari e bancari internazionali con ripercussioni di impoverimento generale e addirittura del crollo dei sistema capitalistico.  E tuttavia nessuno osa chiedere migliori spiegazioni; nessuno, tra i pochi che chiedono, reagisce con determinata decisione e con ben giustificato sdegno, di fronte alle risposte fatte di formule, di frasi incomprensibili e di formule cabalistiche per paura di passare da ignorante o nel presentimento di scoprire qualcosa di troppo inquietante.

Che cosa è successo? Cosa sta succedendo?  La risposta sono le solite frasette ambigue: “…abbiamo vissuto troppo al di sopra delle nostre possibilità”. Insomma è sempre colpa dei popoli!

Già le formule classiche dell’economia politica che rappresentavano veri e propri dogmi di una pseudo-sapienzialità specialistica della quale erano orgogliosi gli accademici, erano in realtà ridicoli enunciati demagogici a sfondo ideologico, come il caso della famosa legge del mercato per la quale “aumentando il prezzo diminuisce la domanda”; formula presentata al fine di creare un automatismo associativo concettuale per il quale il mercato è un regolatore che fa giustizia da solo allorchè avvengono abusi ed esagerazioni.  Nella realtà, ben si sa che quando si è di fronte a beni diventati assolutamente necessari e non più superflui o voluttuari com’è il caso della maggior parte dei prodotti e servizi della tecnologia e della comunicazione, il prezzo è imposto non dal mercato ma dal produttore il quale troverà una massa sempre più disposta e disponibile a fare sacrifici quanto più sedotta dal prezzo in aumento vedrà impreziosirsi e quasi sfuggirgli l’agognato bene, tanto che farà di tutto per averlo. Se poi l’aumento eccessivo del costo dovesse tagliare necessariamente fuori una fascia che effettivamente non può assolutamente permettersi quel bene, quella diminuzione sarà ampiamente compensata dal prezzo stabilito e dalla gran riserva costituita da coloro che vorranno averlo a tutti i costi. E se lo fa, quando lo fa, è soltanto per un’aberrazione; non per l’effetto di una libera scelta ma perché si cede al ricatto.

Dunque il fatto tecnico che l’aumento del prezzo fa diminuire la domanda non è affatto un deterrente a mantenere prezzi equi e a regolare il mercato ma unicamente un dato neutro privo di qualunque valore; una constatazione pura e semplice non suscettibile di modificare alcunché.  E’ una sorta di statistica che vuole soltanto misurare il numero dei poveracci, di quelli che non hanno e non avranno Ed il fatto che qualcuno non possa acquistare non è affatto una preoccupazione per il produttore se ha un sufficiente numero di altri compratori che lo soddisfano; che diminuisca la domanda vuol dire dunque soltanto che si toglieranno dai piedi gli inutili; il che è un bene per l’economia capitalistica.

Sui ricami di questa formuletta sono stati scritti volumi che non hanno altro scopo che quello di oscurare l’evidenza spietata di certe realtà fin troppo semplici. Che poi “diminuendo il prezzo aumenti la domanda” e dunque la produzione e la partecipazione più generalizzata a beni e servizi, anche questa è soltanto una formula che non ha alcun effetto pratico sul piano del “benessere” e della maggior partecipazione della collettività, se non a condizione che al produttore interessi aumentare la produzione diminuendo il prezzo, dato che, non sempre quell’aumento di produzione, implicando più costi e meno ricavi dal pezzo singolo prodotto, soddisfa il profitto anche soltanto considerando il livello della precedente produzione. Soltanto se dietro a quella produzione c’è un interesse più generalizzato che non il semplice profitto, una funzione specifica, una ragione diciamo così politica, quell’aumento di produzione a costo uguale ma a ricavo minore può trovare giustificazione.

E’ dunque su questo punto che si innesta qualcosa che non è soltanto economico in senso stretto ma che attiene comunque con il “potere”.  Questa scelta è il prezzo che le forze economiche debbono pagare per mantenere il loro potere perché debbono dare l’impressione che il sistema funziona.  E’ qui che ha inizio “la notte di baldoria”, come qualcuno ha definito il breve lasso di tempo durante tutto iene bruciato, tutto viene impiegato ed investito, tutto viene concesso, per dare impressione della perfezione del metodo, del segreto del successo e della felicità; in una frase per convincere l’umanità ad abbandonare la traccia della Tradizione e delle sue varie forme e disporla ad accogliere la promessa del “paradiso in terra” nella consapevolezza più o meno attiva secondo i livelli di partecipazione che, quando gli effetti si faranno sentire, sarà troppo tardi per capirne le cause, per porre i rimedi tradizionali, per ricordare qualcosa di diverso che non si conosce neppure più. Così, durante la notte della baldoria che deve ubriacare i partecipi,  in un massimo di 50 anni vengono bruciate tutte le risorse del pianeta, investite tutte le energie, fino a lasciare il nulla dietro di se.

Ma tutto questo può durare, appunto, una notte; dopo i conti vengono al pettine e l’inganno si rivela.

Certo: incoscienza, bramosia, ignoranza, presunzione e stupidità concorrono secondo i personaggi che sono strumenti d’elezione del momento ma c’è anche una strategia da parte di pochissimi che sanno e vogliono esattamente tutto questo, contando su altre risorse che non appartengono più al bagaglio di conoscenze e di esperienze della comune umanità formata sulla base delle loro ispirazioni secondo canoni di suggestione precisi.

E’ proprio questo che comincia ad emergere in quello che stiamo vivendo in questo tempo nella crisi mondiale economica.  Alla crisi viene proposta un’ulteriore soluzione: bisogna distruggere tutto e ricostruire. Uno de mezzi di attuazione sono le guerre ma anche i programmi di ricostruzione previa demolizione.[1]

Si fa difficoltà a credere che possa esistere una situazione di questo genere in un mondo che almeno nelle apparenze del gioco sembra proprio fondarsi su un sistema di controllo, di alternative politiche, di competizioni, di libertà di espressione, ecc.  IN REALTA’ non c’è stata nessuna epoca al mondo dove fosse così facile per poche famiglie assumere un potere “globale” che possa esercitare una serie di frodi di dimensioni tali da non avere paragone ne’ possibilità di sfuggire.

La strategia è consistita nella realizzazione di un mondo fatto di rubinetti dai quali vengono erogati tutti i servizi vitali. E questo è vero persino alla lettera ed in senso fisico, almeno per alcun servizi.

Tra questi rientrano le erogazioni di fonti di energia come il metano ed infine addirittura persino per l’acqua.  A marzo 2009, addirittura ad Istanbul, si è stata tenuta quasi in segreto e con la sola reazione della popolazione locale, una riunione globale per un primo accordo per la privatizzazione della distribuzione dell’acqua nel mondo!  La politica del monopolio dei semi di colture come il grano, la soia, il riso, alcuni frutti ed altro, è già stata attuata attraverso la sostituzione dei prodotti naturali con prodotti privati del gene che rende riproducibile il seme in modo che una volta ottenuto un raccolto con i semi venduti dal produttore monopolista americano, non è possibile ottenere un nuovo raccolto se non comperando nuovi semi da lui. Si tratta della produzione “a ciclo unico” attraverso la quale le popolazioni sono legate mani e piedi ad un padrone lontano del quale non possono più fare a meno.

Siamo di fronte a mostruosità senza precedenti nella storia ed a sistemi di potere attraverso i quali è possibile stringere l’intera umanità in una morsa di ricatto senza via di scampo. Creando un mondo di rubinetti ed accentrandolo nelle mani di pochi privati senza volto e dal nome convenzionale, assolutamente impersonali e anonimi, è possibile nel giro di pochi secondi privare di acqua, di gas, di servizi di comunicazione, di denaro, un intero Paese, semplicemente chiudendo un rubinetto o interrompendo il contatto di una centrale computerizzata, ubicata in una precisa parte del mondo sotto stretto controllo.

Soltanto idioti ottimisti possono credere che questo è quanto di meglio possa essere concepito in quanto posto sotto la garanzia dello Stato, comunque di un potere pubblico globalizzato. Soltanto quando il singolo si trova stretto in una di queste maglie senza via d’uscita si rende conto della mostruosità, anzi della “satanicità” del sistema.  Non è forse il compimento di quello che, liberato dai rivestimenti morali, dalle immagini, dai simboli che dovevano soltanto suggerire il sottofondo orribile di questa realtà, veniva definito in tutti i testi sacri, come il “regno di Satana e dell’anticristo”, l’”età della notte”, l’era del lupo, l’età di Kalì?

Tanto più questa realtà apparirà infine necessaria o addirittura inevitabile, per come sono ormai strutturate le cose, tanto più essa rivela il suo sottofondo di “girone infernale”, di via senza scampo.

Fra quelli che fanno resistenza a condividere certe perplessità, alcuni si chiedono: “è possibile mai che un inganno di portata così generalizzata e “globale” non sia smascherato da qualcuno”?

Innanzi tutto chi dice che non è smascherato da nessuno? Un gran numero di ricercatori ed intellettuali di fama in tutto il mondo hanno respinto la versione ufficiale dell’11 Settembre e molte delle attribuzioni al “terrorismo islamico” dei fatti di orrore verificatisi in questi anni. Ne abbiamo dato un’ampia bibliografia. Certi sospetti non sono più sollevati e rivelati da un governo o da un Paese in particolare sia per il fatto delle alleanze, sia per il fatto che una realtà globalizzata implica anche questa forma di appiattimento. Tanto meno il sollevamento di seri dubbi può provenire dai Paesi arabi per le ragioni che si indicheranno nel successivo punto ma se consideriamo gli individui,  intellettuali, gruppi, ex politici , ex funzionari, ecc. la cosa è invece ben diffusa.

Seconda precisazione: proprio perché la realtà è “globalizzata” è sotto il controllo di fatto di un “potere unico”. Oggi non esistono più le nazioni e neppure stati realmente indipendenti che non siano interdipendenti. Quasi neppure più interessi contrastanti perché le forze interne  ogni Paese sono le stesse dovunque, questo è proprio un aspetto della globalizzazione.

Ancora: l’interesse ad accogliere la realtà ufficiale diramata, nel caso in questione dagli Stati Uniti per primi, coincide esattamente con gli interessi dei Paesi arabi governati dalle forze di governo loro vassalle, ad essi asservite o in altri casi “associate”. Quei governi, espressione di una cultura, di un’identità ormai occidentale, di interessi economici e culturali comuni con l’Occidente, hanno un interesse ad individuare e sopprimere le forze locali che rivendicano un’identità propria, una riconversione verso la propria cultura ed i propri valori allo stesso modo, anzi maggiormente, dell’Occidente stesso. I governi di quei paesi sono esattamente l’equivalente locale della cultura, delle aspirazioni, dei valori, degli interessi, dello stile di vita dell’Occidente. Una campagna anti islamica di tale natura lanciata a livello mondiale è ben gradita a tutte le forze che si mascherano dietro il fascinoso attributo di “progressiste”.

Infine: la potenza suggestiva esercitata non soltanto a livello mediatico dai giornali di tutto il mondo ma anche dai quotidiani sistemi di controllo effettuati nei flusso di persone in transito negli aeroporti di tutti il mondo, nelle stazioni ed in ogni assemblea di persone, svolgere il suo potente ruolo di rievocazione, proprio come un rito, di quelle che sono state presentate come le motivazioni di tanta prudenza: il terrorismo.  Ciò che viene in tal modo rievocato costantemente è non tanto la necessità di ricorrere a quei controlli e la pazienza di doverli subire ma, soprattutto, il contenuto della motivazione che viene fornita, cioè, l’esistenza di un “terrorismo islamico” e il rinnovamento del ricordo che esso è la ragione di tanti disagi e delle guerre in corso.

Esattamente come un’operazione di bassa magia collettiva tutto questo si svolge come una rigorosa “ritualità”, ormai da anni e con una partecipazione di massa inevitabile ed ormai, per usare un paradosso, “forzatamente spontanea”. Non solo non ci sarà più un interesse ad individuare le vere ragioni, i veri responsabili, i veri mandanti e la vera fonte di certi episodi di grande terrorismo stragista, ma ci sarà invece proprio l’interesse contrario ad alimentare la credibilità delle accuse e delle attribuzioni. Ed allorchè il governo di un Paese arabo “alleato” dovesse impegnarsi a far si che avvengano attentati e stragi al suo interno attribuendone la paternità ai vari gruppi dissidenti islamici (o islamo-comunisti come si arriva a dire da qualche tempo) in modo da poter giustificare l’inasprimento della repressione senza reazioni internazionali e da avere un minimo di sostegno popolare, di certo non sarà l’Occidente a dire che quei gruppi sono innocenti; in primo luogo perché smentirebbero l’11 Settembre e tutta la trama che vi è dietro, e poi perché, quella politica interna, rende comunque il suo servizio, mirando a dissolvere ogni traccia di identità islamica e tradizionale e lo fa in un modo che si rileva adeguato ed efficace ma soprattutto estremamente utile al momento giacchè continua ad alimentare il mito, a rinnovare e tenere accese le ragioni della tensione, delle guerre e delle legislazioni d’emergenza, ed infine: a fornire una copertura crescente che nasconda sempre più i veri responsabili e ricopra le falle che si sono andate formando nella versioni ufficiali.

Invero c’è ancora un altro argomento che per quanto a primo impatto può essere duro da accettare almeno per alcuni, è forse quello che meglio spiega come sia possibile che oggi possa avvenire di tutto nella sostanziale indifferenza della stragrande maggioranza degli uomini. Non vogliamo spingerci fino ad esaminare le cause più profonde quali il fatto che i più sono già per loro natura presi nel piccolo egoismo individuale e nelle problematiche naturali o artificiali più vicine ai bisogni comuni a cui si aggiunge l’opera di condizionamento, il ricatto sociale, lo stato di necessità, spesso anche indotto o alimentato, e le distrazioni di cui la “civiltà moderna” abbonda.  Limitandoci più in superficie varrà osservare che il problema della verità non si pone per i più in quanto questa si identifica quasi sempre con l’utile; e quando assurge a livelli di poco più nobili almeno nell’apparenza, essa si identifica al massimo al “bene della Nazione”.  Questo concetto superato dalla “realtà globalizzata è sempre pronto a riapparire per appropriazione, non appena serve magari sostituito dal termine Paese.  Ecco un inganno veramente tremendo della nostra epoca che dura da qualche tempo. Che cos’è la Verità se non il “bene del Paese” che rievoca, secondo le preferenze soggettive, anche “Patria” e “Nazione” afferrando così tutti?  Ma se le cose stanno in questo modo, non è forse naturale e giustificato che qualunque cosa il Paese compia adducendo la necessità di difendersi e del bene comune, venga vista come il bene? La menzogna allora diventa il “tradimento”,  il non credere a quello che il Paese dice; il rifiuto di difenderlo mentre la verità diventa il dovere di difendere il Paese. Può infatti contrapporsi un’ideale di verità alla richiesta del Paese di essere difeso?  Quale verità prioritaria rispetto alla sua difesa?

Questa serie di identificazioni impediscono di vedere la realtà in modo obiettivo e di giudicare quello che accade.  Ecco perché anche se il proprio Paese fosse accusato di star compiendo i delitti più feroci contro l’umanità, pochissimi se ne renderebbero veramente conto. Anzi, se si trattasse di dover coprire delle responsabilità e delle colpe, si sentirebbe proprio il dovere opposto a quello di farlo emergere, vale a dire, il dovere di coprirlo. E questa è una delle forze sottili più potenti di un qualunque “sistema”.  La verità non è qualcosa che emerge e si impone da sola in una realtà umana e sociale in fase di dissoluzione e questa è una risposta alla domanda perché il sottofondo di frode che pur pervade tutti i campi della “civiltà moderna”, e nel nostro caso tutto ciò che attiene al “Terrorismo”, non apparirebbe così evidente a tutti. Per paradossale che sia, in un clima di chiamata a raccolta delle forze del Paese in situazioni di emergenza suscitata, ci sarebbero moltissimi settori disposti a coprire le colpe di altri se si palesassero troppo compromettenti per il proprio Paese e questo anche se, questi non fossero affatto implicati ne’ direttamente ne’ indirettamente, in quelle colpe.  Che cosa conta un’astratta idea di verità di fronte al “sacro dovere” di difendere l’onore ed il successo del proprio Paese? Quale interesse vi sarebbe a voler indagare sulla vera origine e ragione di qualcosa che ha costituito il pretesto o l’occasione per una guerra ormai in corso?

- SEGUE  NELLE  PUNTATE  SUCCESSIVE -


[1] Uno tra i tanti esempi possibili, recente e ben visibile, è rappresentato ultimamente dagli eventi successivi al bombardamento di Gaza. Totalmente rasa al suolo dai bombardamenti Israeliani in tre giorni, sono stati poi stanziati 4.481 miliardi di dollari sotto la direzione del Ministro degli esteri egiziano, il 2 marzo 2009 (100 milioni l’Italia –Usa 900 milione di dollari) divisi tra le nazioni per la ricostruzione. Ovviamente ad interessi e per puro investimento. All’apparenza questo è un atto umanitario al quale la comunità internazionale si sarebbe sentita obbligata per sensibilità. In realtà, è soltanto una forma di nuovo, larvato imperialismo attuato da quei Paesi che, dopo aver assistito in silenzio alla strage ed alla demolizione, riuniti a Sharm El Shaikh, hanno deciso di precipitarsi in gara alla produttiva ricostruzione.

Anche in quello che appare come aiuto umanitario si evidenza, nel mondo moderno, quel sottofondo di frode che caratterizza tutta la sua realtà. E d’altra parte è inevitabile visto che la realtà è fatta di uomini; e se da un lato certi adattamenti sono veramente inevitabili questo va perfettamente incontro alla natura vorace di coloro che sono capaci di emergere in essa e di trarne vantaggio riuscendo persino ad aggiungere, all’inevitabilità delle cose già di per determinatasi, quel qualcosa in più che l’accresce, rendendola sempre più inevitabile.  E’ evidente che la ricostruzione è un investimento non soltanto economico ma ideologico in quanto distrutti gli insediamenti popolari e locali e ricostruita una città a dimensioni moderne di stampo occidentale, l’identità e la resistenza locale saranno cancellati e l’omologazione globale dei cervelli sarà più facile e più rapida.

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